Francesca Totolo
Responsabile ufficio stampa ed esperta in comunicazione.

Le novità nel Mediterraneo dopo l’introduzione del Codice di Condotta delle ONG del Ministro Minniti: nuovi e vecchi attori in zona SAR

Le novità nel Mediterraneo dopo l’introduzione del Codice di Condotta delle ONG del Ministro Minniti: nuovi e vecchi attori in zona SAR

Tanta acqua è passata sotto i ponti dopo il nostro ultimo approfondimento sulle organizzazioni non governative che operano nel Mediterraneo con lo scopo di soccorrere i migranti davanti alle coste libiche.

Durante l’estate sono successi diversi avvenimenti che hanno portato ad un deciso cambio degli attori che operano in mare: il Codice di Condotta delle ONG del Ministro Minniti, definito “sceriffo” dal fondatore di Emergency Gino Strada, la conseguente uscita di scena di alcune organizzazioni non governative, la missione “Defend Europe” della “nave nera” C-Star di Generazione Identitaria, l’addestramento della Guardia Costiera Libica come indicato dalla fase 2 di EUNAVFORMED Operazione Sophia con il relativo passaggio di consegne alle autorità libiche della zona SAR di competenza, la nostra “scoperta” riguardante ==Operazione Pontus== e la sua crescente operosità davanti alle coste libiche dopo l’introduzione del Codice, e infine la nascita di un nuovo progetto di ricerca e salvataggio chiamato “MayDayterraneo” a cui partecipano tre ONG, due spagnole già attive nell’Egeo, Proem-Aid e SMH, e una tedesca alla sua prima missione marittima, la Mission Lifeline.

Prima della redazione di questo aggiornamento, abbiamo cercato un confronto con ogni organizzazione che sarà citata successivamente. La più disponibili sono state Medici Senza Frontiere, che ha risposto ad ogni nostra domanda seppur “scomoda” (Intervista a Medici Senza Frontiere), e Sea-Watch, altre hanno preferito non dare seguito alle richieste, come MOAS, Sea-Eye e Save The Children, e alcune, invece, si sono dimostrate dichiaratamente diffidenti e non aperte ad un confronto trasparente, come Proactiva Open Arms e Mission Lifeline.

Il Codice di Condotta delle ONG

Partiamo elencando le regole sancite dal Codice di Condotta delle ONG stilato dal Ministro Minniti con il benestare dell’Unione Europea:

  • Non entrare nelle acque libiche, "salvo in situazioni di grave ed imminente pericolo" e non ostacolare l'attività della Guardia Costiera Libica.

  • Non spegnere o ritardare la trasmissione dei segnali di identificazione.

  • Non fare comunicazioni per agevolare la partenza delle barche che trasportano migranti.

  • Attestare l'idoneità tecnica per le attività di soccorso. In particolare, viene chiesto alle ONG anche di avere a bordo "capacità di conservazione di eventuali cadaveri".

  • Informare il proprio Stato di bandiera quando un soccorso avviene al di fuori di una zona di ricerca ufficialmente istituita.

  • Tenere aggiornato il competente Centro di coordinamento marittimo sull'andamento dei soccorsi.

  • Non trasferire le persone soccorse su altre navi, "eccetto in caso di richiesta del competente Centro di coordinamento per il soccorso marittimo (MRCC) e sotto il suo coordinamento anche sulla base delle informazioni fornite dal comandante della nave".

  • Informare costantemente lo Stato di bandiera dell'attività intrapresa dalla nave.

  • Cooperare con il competente Centro di coordinamento marittimo eseguendo le sue istruzioni.

  • Ricevere a bordo, su richiesta delle autorità nazionali competenti, "eventualmente e per il tempo strettamente necessario", funzionari di polizia giudiziaria che possano raccogliere prove finalizzate alle indagini sul traffico.

  • Dichiarare le fonti di finanziamento alle autorità dello Stato in cui l'ONG è registrata.

  • Cooperazione leale con l'autorità di pubblica sicurezza del previsto luogo di sbarco dei migranti.

  • Recuperare, "una volta soccorsi i migranti e nei limiti del possibile", le imbarcazioni improvvisate ed i motori fuoribordo usati dai trafficanti di uomini.

La mancata sottoscrizione del Codice di condotta o il mancato rispetto degli obblighi in esso previsti, potrà comportare il diniego da parte dello Stato italiano dell’autorizzazione all’ingresso nei porti nazionali, fermo restando il rispetto delle convenzioni internazionali vigenti.

In prima battuta, solo quattro ONG hanno firmato il Codice: Save the Children, MOAS, Sea-Eye e Proactiva Open Arms. Le rimanenti organizzazioni hanno manifestato il proprio dissenso soprattutto riguardo a due regole: la presenza della polizia giudiziaria a bordo delle navi e il divieto di trasbordo dei migranti su altre imbarcazioni. Per questo motivo, SOS Mediterranee ha sottoscritto il Codice solo dopo aver concordato un emendamento con il Ministro Minniti: nessun obbligo a ricevere uomini armati a bordo della sua nave, fatto salvo in caso di mandato rilasciato nell'ambito del diritto nazionale o internazionale. Non hanno firmato Medici Senza Frontiere, Sea-Watch e Jugend Rettet, che al momento ha ricevuto tre avvisi di garanzia per “favoreggiamento all’immigrazione clandestina destinati a tre membri dell’organizzazione dalla Procura di Trapani, oltre al sequestro giudiziario della nave Iuventa.

A proposito dell’emendamento concesso a SOS Mediterranee, non è perlomeno strano che un Ministro dell’Interno “tratti” con un’organizzazione non governativa a proposito di un provvedimento che cerca di razionalizzare il sistema privato di ricerca e salvataggio in mare? E per giunta, che le richieste della ONG in questione siano accolte in toto? In questo modo, non si è corso il rischio di svuotare il Codice di Condotta dell’autorità opportuna? Evidentemente sì, come dimostreremo in seguito.

Cosa è cambiato nel Mediterraneo dall'entrata in vigore del Codice di Condotta

Diciamo subito che, a quasi due mesi dalla sua entrata in vigore, il Codice sta perdendo molto del significato iniziale come evidenziato anche da Marco Bertotto, responsabile advocacy di Medici Senza Frontiere: “Sul fronte del Codice Minniti, gli emendamenti adottati per le altre ONG e il fatto che la Guardia Costiera ha continuato a coinvolgere le ONG in modo immutato, ha di fatto svuotato il Codice stesso: nulla è cambiato, tutti i soccorsi vengono fatti sotto il coordinamento della Guardia Costiera Italiana secondo le leggi nazionali e internazionali, esattamente come è sempre stato”.

La perdita di un’effettiva efficacia del Codice di Condotta, l’entrata in scena di un nuovo progetto sviluppato da tre ONG, e il sempre attivo pattugliatore irlandese Lè William Butler Yeats di Operazione Pontus hanno causato un nuovo trend positivo delle partenze dalle coste libiche[1], senza contare gli “sbarchi fantasma” sempre più frequenti che vedono la creazione di un nuovo corridoio tunisino usato dai trafficanti.

Il Codice di Condotta sembrava funzionare appena entrato in vigore. Infatti, il mese di Agosto ha visto una situazione molto “tranquilla” in prossimità delle coste libiche e una netta diminuzione degli sbarchi sulle coste siciliane. Questo sarebbe dovuto ad un “curioso” calo delle partenze organizzate dai trafficanti di esseri umani, e ad un maggior controllo terrestre e marittimo delle autorità libiche, dopo l’endorsement del Premier Gentiloni e il sostegno dell’Europa al Primo Ministro libico Fayez Serraj, e il conseguente presunto invio di fondi, mezzi e formazione a Tripoli (di cui parleremo in chiusura di articolo).


Durante il mese di agosto, il numero dei salvataggi è nettamente diminuito, come del resto le partenze dalle coste libiche e i relativi sbarchi sulle coste italiane (66% in meno rispetto al mese di luglio, 82% in meno rispetto al mese di agosto 2016).

Questo è coinciso con un drammatico numero di morti e dispersi al largo delle coste libiche?

Assolutamente no. Lo #stayhuman e il “dovere morale di salvare vite” delle ONG sono stati smentiti dai dati forniti dall’UNHCR[2] che ha stimato un numero di vittime pari 20[3] (morti/dispersi), confermato inizialmente anche da Missing Migrants dello IOM[4], cifra nettamente inferiore ai 59 del mese di luglio e ai 226 dell’agosto del 2016.

Qualche giorno dopo la pubblicazione delle stime di agosto sul numero di morti e dispersi, Missing Migrants dello IOM ritratta (a differenza di UNHCR) e aggiunge un mai verificato naufragio avvenuto al largo delle coste tunisine registrato (non si capisce bene da chi, e si parla di un solo sopravvissuto nigeriano su più di un centinaio di migranti) negli ultimi giorni di agosto, che porta il numero dei morti e dispersi nel Mediterraneo a 143[5] (raffronto tra le due diverse stime di Missing Migrant dello IOM).

La notizia dei mai verificati "143 morti/dispersi" è stata rilanciata dalla stampa tradizionale italiana con titoli “sensazionalistici[6] per rilanciare il solito storytelling che sembrava quasi voler incentivare le missioni delle ONG all’epoca poco attive.

Quindi il Codice Minniti, la responsabilizzazione delle autorità libiche e la ripristinata competenza della Guardia Costiera libica in zona SAR hanno fatto diminuire cospicuamente il flusso migratorio verso le coste italiane e hanno dimostrato che, con una strategia congiunta, questa operazione è fattibile senza il conseguente aumento dei morti in mare, a dispetto di chi per anni ha affermato in contrario.[7]

Come era prevedibile, diversi esponenti politici, associazioni pro-immigrazione incondizionata, organizzazioni governative e non, hanno tempestivamente iniziato una nuova campagna di denuncia a proposito delle vergognose condizioni” di detenzione dei migranti all’interno dei campi libici. Vorremmo chiarire che le medesime “vergognose condizioni” erano presenti già da anni, anche quando il flusso migratorio verso l’Italia era forte e costante, come documentato da Gian Micalessin nel suo reportage dell’aprile 2015, “Libia, viaggio nei centri di detenzione di Misurata”.

Quindi quando le ONG sbarcavano nei porti italiani migliaia di migranti, che sicuramente erano passati attraverso i campi di detenzione libici, nessuna denuncia (poche le eccezioni, come Medici Senza Frontiere), nessun appello per i diritti umani calpestati da miliziani e carcerieri libici, nessuno #stayhuman? Mancanza di conoscenza o cambio di strategia di propaganda? Perché nessuno degli “umanitari 2.0” ha pensato ad una qualche forma di comunicazione nei paesi di origine dei migranti che ne scoraggiasse la partenza e li mettesse in guardia dai pericoli del viaggio? Perché invece di svuotare l’Africa di un intera generazione, non si garantisce a questa un possibile futuro nella loro terra? Ovvero il famoso “diritto a non emigrare” sancito da Papa Ratzinger, attraverso una serie di interventi che abbandonino la logica puramente assistenzialistica, passando ad investimenti che puntino alla formazione professionale e alla valorizzazione delle moltissime ricchezze autoctone.

Novità sul fronte ONG

Prima di iniziare a redigere il presente articolo, abbiamo pensato di interpellare tutte le ONG che avevano fatto attività di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, per dare loro modo di replicare alle nostre domande e alle nostre perplessità.

Medici Senza Frontiere, nonostante le critiche che le avevamo mosso precedentemente, si è dimostrata molto disponibile nel confrontarsi con noi e nel concederci una lunga intervista.

Anche Sea-Watch ha replicato ad alcune delle nostre perplessità riguardo alle sue passate e future missioni nel Mediterraneo. Ruben Neugebauer, responsabile media dell’organizzazione, ha risposto alle nostre domande.

T: Quali sono i vostri progetti futuri dopo la sospensione della vostra missione ad agosto, quando il Codice di Condotta è entrato in vigore?

N: Attualmente stiamo lavorando alla ristrutturazione della nave Sea-Watch 3, nel porto di Valletta. Avevamo previsto di tornare operativi contemporaneamente alla prima missione di Mission Lifeline (nuova ONG tedesca trattata successivamente NdR), a cui abbiamo venduto la Sea-Watch 2 (ora Lifeline) dopo aver acquistato la Dignity 1 (ora Sea-Watch 3) da Medici Senza Frontiere. Non avremmo potuto permetterci economicamente di operare in mare con due navi, e Mission Lifeline non aveva abbastanza fondi per l’acquisto della Dignity 1. Inoltre quest’ultima ci permetterà di aumentare la capienza numerica di migranti imbarcati nei soccorsi. Purtroppo i problemi tecnici riscontrati nel restauro della Sea-Watch 3 ci stanno rallentando. Torneremo in zona SAR non appena la nave sarà pronta. Nel frattempo, stiamo contribuendo alla ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale con il nostro aereo di sorveglianza Moonbird (acquistato grazie ai fondi donati, 100.000€, dalla Chiesa Evangelica tedesca[8]) con voli di ricognizione quotidiani. Rimarremo nel Mediterraneo per il tempo necessario.

T: Ad agosto non avete sottoscritto il Codice Minniti. Quali sono le vostre motivazioni e, nel frattempo, avete pensato a proporre emendamenti al ministro italiano, come già fatto da SOS Mediterranee?

N: Innanzitutto, l’unico codice di condotta che tutti devono rispettare è quello fondato sul Diritto Internazionale. Per questo motivo, non abbiamo visto la necessità di sottoscrivere un altro codice, specialmente perché c'è ancora un protagonista che non accetta il codice del Diritto Internazionale, ovvero la Guardia Costiera Libica, sostenuta dall'Europa.

Tuttavia non abbiamo mai chiuso le porte ai negoziati con il ministro Minniti. Siamo andati ad ogni appuntamento pianificato, nonostante a volte siamo stati convocati con poco preavviso. Questo ha richiesto un nostro grande impegno visto che la nostra organizzazione è gestita principalmente da volontari.

Per giunta, nell'ultima riunione ufficiale è stato presentato un codice che era in conflitto con il Diritto Internazionale, anche ribadito da una ricerca del parlamento tedesco. La regola del Codice in questione era il divieto di trasbordo di migranti ad altre navi, che per noi avrebbe significato non poter più operare nei salvataggi di vite. Questo era in contrasto con le regole di soccorso in mare del codice internazionale. Questo è stato il motivo per il quale non abbiamo firmato il Codice Minniti.

Comunque rimaniamo a disposizione del governo italiano, e siamo pronti a sottoscrivere un codice modificato attraverso una negoziazione, come ha già fatto SOS Mediterranee.

T: Abbiamo trovato in rete una foto che ritrae due membri del vostra equipaggio, su un gommone, intenti a colloquiare con due uomini libici, scambiandosi quello che sembra un sacchetto. Potreste spiegarci cosa avviene esattamente in quel fermo immagine?

N: La foto è stata scattata il 20 ottobre 2016 e mostra una tipica imbarcazione di pescatori, che non è necessariamente la stessa che viene mostrata nella foto della Reuters del 2017. Alcune settimane prima che la foto venisse fatta in ottobre, avevamo salvato 2 pescatori su una barca simile che si era capovolta durante la pesca. Dopo aver soccorso i due uomini, abbiamo contattato la Guardia Costiera Libica che ha provveduto a riportarli sulla terraferma. Successivamente abbiamo incontrato nuovamente gli stessi pescatori che ci hanno regalato alcuni pesci per sdebitarsi. Comunque spesso acquistiamo il pescato dai libici che sono numerosissimi in zona SAR. Per questo motivo, molti trafficanti usano il medesimo tipo di imbarcazione. Non avremmo mai pensato che a distanza di un anno quell’immagine avrebbe potuto sollevare dubbie congetture.

Come già sottolineato nell’intervista di Medici Senza Frontiere, le dichiarazioni di Sea-Watch evidenziano ancora una volta il netto svuotamento del significato originario del Codice di Condotta, banalizzandone l’importanza e il contenuto riguardo alla sovranità del territorio nazionale italiano.

Qualche osservazione sull’immagine che ritrae i due membri di Sea-Watch con i presunti pescatori libici: innanzitutto sembra molto particolare il fatto che una piccola barca di pescatori, e non certo un peschereccio da grandi alture, si spinga in acque così distanti dalla costa, per ragioni puramente economiche (il carburante e il tempo per percorrere tale distanza) e di rischiosità (l’imbarcazione non è dotata di apparecchiature adeguate), e inoltre all’interno dell’imbarcazione non sembra essere presente nessun tipo di attrezzatura per la pesca. In secondo luogo, la barca è stranamente dello stesso tipo utilizzato dagli scafisti per scortare i gommoni dei migranti fino alle zone presidiate dalle ONG, e l’abbigliamento dei due uomini a bordo (cappelloni compresi) è il medesimo usato dai trafficanti per sembrare dei pescatori[9] [10]. Ovviamente, per mancanza di ulteriori prove documentate, prendiamo per buona la spiegazione fornita dal portavoce di Sea-Watch.

Passiamo ora alle organizzazioni non governative umanitarie, che hanno operato e operano attualmente in zone SAR, che hanno escluso ogni possibile confronto da noi ricercato.

Proactiva Open Arms si è dimostrata molto refrattaria e chiusa ad un possibile dialogo, nonostante nel nostro precedente approfondimento che li vedeva protagonisti, non abbiamo fatto altro che riportare dati da lori pubblicati e articoli della stampa spagnola.

Laura Lanuza, portavoce di Proactiva Open Arms, ci ha seccamente liquidato in questo modo: “Dal nostro punto di vista, gli articoli inclusi nel vostro sito internet non forniscono informazioni attendibili, e spesso arrivano a conclusioni superficiali a causa di una vostra visione distorta. Inoltre, in precedenza avete esternato pubblicamente accuse false, gravi e infondate rispetto alla nostra ONG e alle altre presenti nel Mediterraneo, a proposito della collusione (con i trafficanti di essere umani) e ad altre attività illecite tramite un uso manipolato delle informazioni. Siamo un'organizzazione umanitaria il cui unico interesse è salvare vite in mare, senza nessun altro interesse, e aiutare la Guardia Costiera italiana a prevenire morti inutili”.

Anche se ci sembra superfluo, ribadiamo alla portavoce di Proactiva Open Arms che mai nessuna accusa diretta in merito ad una possibile collusione delle ONG con scafisti e trafficanti, è stata mossa da noi. Ci siamo limitati a riportare dati e documenti, riprodurre le dichiarazioni di alcuni Procuratori a proposito delle loro indagini, e di Fabrice Leggeri di Frontex, oltre a sollevare delle legittime perplessità sulle attività di alcune ONG nel Mediterraneo. Abbiamo solo parlato di un possibile effetto magnete delle loro imbarcazioni troppo vicine alle coste libiche, che avrebbe potuto agevolare il compito di chi si arricchiva sulla pelle dei migranti. Tutto qui.

Proactiva Open Arms è stata una delle prime ONG che hanno firmato il Codice di Condotta del Ministro Minniti, senza emendamenti e patteggiamenti, ma Laura Lanuza, conferma la ridotta autorità della regolamentazione italiana: “Le leggi marittime internazionali hanno un potere regolamentativo superiore a questo codice, e guidano tutti in mare”. Ricordiamo che il Codice Minniti è stato redatto non per “abrogare” il Diritto Internazionale, ma al fine di concedere l’accesso delle navi con i migranti salvati nei porti italiani, quando il piano di accoglienza era oramai al collasso a causa delle migliaia di richiedenti asilo arrivati in un lasso di tempo brevissimo.

Dopo qualche giorno è arrivata alla nostra attenzione un’immagine tratta da un video[11] risalente all’ottobre del 2016, che ritraeva l’equipaggio di Proactiva Open Arms in “atteggiamento amichevole” con una vedetta delle Milizia libica, che molti all’epoca ritenevano essere i facilitatori dei trafficanti. Come si legge nella didascalia della foto, lo stesso Frontex, in un suo rapporto confidenziale, ha dichiarato: “Le reti criminali di trafficanti hanno indicazioni precise da seguire per raggiungere le navi delle ONG”.[12]

Laura Lanuza, ricontattata per avere delucidazioni sull’immagine, ci ha replicato dichiarando che gli uomini a bordo della nave bianca “ancorata” alla Astral, facevano parte della Guardia Costiera libica. Stranamente nessun membro dell’equipaggio indossava divise riconoscibili e, almeno da quello che si può vedere, l’imbarcazione non mostra nessun segno di riconoscimento dell’autorità libica.

La portavoce di Proactiva Open Arms giustifica il dubbio incontro affermando: “Erano pesantemente armati, noi no perché siamo solo bagnini, quindi abbiamo rispettato la loro autorità. Volevano controllare se ci trovavamo in acque territoriali libiche, ma dopo aver riscontrato che non lo eravamo, se ne sono andati” e ci ha consigliato di accreditarci a bordo di una delle navi delle ONG per capire meglio come funzionano le cose in mare.

In passato, abbiamo inviato diverse richieste di accredito alle organizzazioni, avendo constatato la frequente presenza a bordo di giornalisti, reporter, blogger e scrittori, ma non abbiamo mai avuto nessun tipo di riscontro. Quindi abbiamo preso “la palla al balzo” chiedendo a Laura Lanuza la possibilità di salire a bordo di una delle loro navi. La risposta è stata: “Abbiamo una lunga lista di attesa al momento, ma vi aggiungo per il futuro. Vi consiglio di chiedere anche ad altre imbarcazioni che operano in questo momento: Lifeline, SOS Mediterranee, etc”.

Perché glissare in questo modo la nostra proposta? Non sarebbe produttivo far salire a bordo chi, come noi, è scettico sulle modalità delle loro operazioni di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo, fugando così ogni dubbio? Perché ospitare solo reporter “amici”, chiaramente con la medesima visione riguardo all’immigrazione “incondizionata”?

Un’altra organizzazione, con cui abbiamo cercato un confronto, è stata Sea-Eye soprattutto alla luce della sospensione della sua attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo.

Nonostante ciò, abbiamo notato il permanere della sua nave Seefuchs in zona SAR, senza nessuna comunicazione ufficiale pubblicata sul sito dell’organizzazione. Per questo motivo, abbiamo chiesto spiegazioni in merito, e la solo risposta che ci hanno concesso è stata: “Tutto quello che vi serve sapere è pubblicato”.

Il comunicato stampa ufficiale di Sea-Eye sulla ripresa della missione sarà pubblicato solo il 9 settembre, dopo circa due settimane dalle nostre richieste di spiegazione. Quali saranno i motivi di tanta riservatezza?

Michael Buschheuer, presidente di Sea-Eye dopo la ripresa delle operazioni nel Mediterraneo ha affermato: “L’accordo tra le nazioni europee e la Guardia Costiera libica é da irresponsabili. Stanno permettendo il proseguimento di una situazione che viola le leggi internazionali. Dobbiamo ritornare nell’area e salvare chiunque ne abbia bisogno, lo dobbiamo a tutte le persone in pericolo”.

Quindi per Buschheuer nessun accordo contratto tra autorità sovranazionali e nazionali, che non contempli la partecipazioni di organizzazioni private, sarà mai adeguato?

Abbiamo contattato anche altre tre ONG, MOAS, SOS Mediterranee e Save The Children, non ottenendo nessun tipo di riscontro. La prima, su suggerimento papale, si è spostata in Bangladesh per assistere i profughi Rohingya. SOS Mediterranee non ha mai interrotto praticamente le operazioni in zona SAR davanti alla costa libica con la sua nave Aquarius, mentre la Save The Children, dopo una breve sosta, è tornata attiva. Ricordiamo che i provvedimenti della Procura di Trapani nei confronti di Jugend Rettet, dei tre membri del suo equipaggio e di Padre Mussie Zerai sono partiti dopo le testimonianze di due operatori di sicurezza imbarcati sulla Vos Hestia di Save The Children.

Il 21 settembre, Matrix, programma di approfondimento giornalistico trasmesso da Canale 5, ha mandato in onda un video di denuncia su un soccorso effettuato da Save The Children in cui si vedono i probabili trafficanti “gestire” l’operazione di trasbordo verso la nave dell’organizzazione con modi decisamente poco gentili e umani nei confronti dei migranti.[10:1]

Passiamo ora ad una nuova” ONG tedesca che nel mese di settembre ha iniziato la sua missione nel Mediterraneo, con un progetto che la vede legata ad altre due organizzazioni spagnole. Dopo diversi tentativi di “racimolare” i fondi necessari per l’acquisto di una nave, Mission Lifeline riesce a comprare la Sea-Watch 2 dall’omonima ONG tedesca e la ribattezza Lifeline, dopo le necessarie riparazioni. I fondi mancanti le vengono donati da Proem-Aid, organizzazione spagnola attiva nelle operazioni di ricerca e salvataggio nel Mar Egeo, davanti alle coste di Lesbo, ma con propositi di passare nel Mediterraneo centrale. Le due ONG insieme con SMH (Salvamento Maritimo Humanitario, già operativa a Chlos) lanciano il progetto Maydayterraneo, che si propone di salvare vite umane davanti alle coste libiche.

Ma chi sono i principali finanziatori di Mission Lifeline e del progetto Maydayterraneo? Axel Steier, che alterna la sua funzione di presidente dell’organizzazione all’attivismo nell’estrema sinistra radicale tedesca, ha fondato Mission Lifeline due anni fa con il sogno di poter raccogliere abbastanza fondi per potersi comprare una nave adatta al soccorso nel Mediterraneo e così raggiungere le altre tre organizzazioni tedesche presenti. Finalmente, dopo aver stipulato un accordo di partnership con le spagnole Proem-Aid e SMH, nell’agosto scorso ha acquistato (si dice ad un ottimo prezzo) la Sea-Watch 2.

Il finanziamento è arrivato grazie ad un ingente donazione del Governo Basco pari a 150.000€.[13]

Daniel Rivas Pacheco, responsabile ufficio stampa di Maydayterraneo, alle nostre domande riguardo alle motivazioni di tale donazione, dichiara: “Per comprendere il motivo, è necessario conoscere la società basca e come essi siano solidali. La società basca è veramente preoccupata e consapevole delle problematiche migratorie e molte persone sostengono progetti umanitari, come il nostro e gli altri volontari che operano in Grecia e nel Mediterraneo. Pertanto, il governo regionale basco ha seguito i suggerimenti degli elettori e ha sostenuto, tra l'altro, noi. Hanno preso questa decisione anche perché questi fondi fanno parte del programma di trasferimento di fondi del governo centrale spagnolo ai Paesi Baschi, e non sono stati utilizzati a causa della mancanza di arrivi di migranti”.

A tal proposito, abbiamo chiesto a Rivas se il governo centrale spagnolo fosse a conoscenza del finanziamento a favore di Maydayterraneo. La risposta è stata affermativa.

Quindi la Spagna chiude i porti e le frontiere terrestri ai migranti, ma consapevolmente sovvenziona le ONG che operano in zone SAR libica e che vorrebbero sbarcare in Italia migliaia di richiedenti asilo? Mariano Rajoy dovrebbe, forse, qualche spiegazione ai cittadini italiani.

Oltre al governo basco, l’organizzazione ha ricevuto anche numerosi fondi dalla Chiesa Cattolica spagnola e da diverse parrocchie locali, arrivando così a raccogliere più di 240.000€, comprese le donazioni private.

Per garantire le successive missioni nel Mediterraneo, sono arrivati ulteriori donazioni dalla Germania, grazie alla Chiesa Cattolica e a quella Evangelica (già finanziatrice dell’aereo Moonbird di Sea-Watch), che hanno consentito alla nave Lifeline di tornare nel Mediterraneo.

Vediamo anche in Spagna e Germania, come già abbiamo evidenziato nel nostro precedente approfondimento “Associazioni religiose e migranti in Italia", lo stretto impegno della Chiesa verso l’accoglienza degli “ultimi” che vogliono arrivare in Italia, senz’altro incentivati dalla campagna mediatica di Papa Bergoglio. Come in Italia, anche negli altri Paesi, i Cattolici si associano “curiosamente” a milionari filantropi, alle sinistre liberal e ai radicali, uniti dalla missione comune di agevolare l’arrivo dei migranti dall’Africa e di accoglierli cristianamente. Ricordiamo, per esempio, il caso di Emma Bonino, chiaramente atea e anticlericale, che è stata ricevuta in Vaticano da Bergoglio, oltre ad essere stata invitata a discussi seminari svolti all’interno di diverse chiese sul territorio italiano.[14]

Torniamo a Mission Lifeline: chi è Axel Steier, cofondatore e presidente dell'organizzazione?

Dopo una lunga militanza come attivista dell’estrema sinistra radicale tedesca, Axel Steier, sociologo e paramedico, decide di fondare con Sascha Pietsch, la ONG Mission Lifeline allo scopo di salvare vite nel Mediterraneo. I fondi per l’acquisto di una nave stentano ad arrivare e il progetto si arena per diverso tempo. La giustizia tedesca invece no. Il 23 giugno scorso, il Procuratore di Dresda, dopo aver visionato le carte investigative della Polizia Federale di Pirna, invia a Steier e a Pietsch due mandati di comparizione per il reato di “favoreggiamento all’immigrazione clandestina.[15]

Il primo commento del fondatore di Mission Lifeline è stato: “Invece di perseguitarci, i giudici dovrebbero lavorare a favore delle persone in difficoltà. Temiamo che qualcuno cercherà così di scoraggiare le persone dal donare alla nostra organizzazione”.

Nello stesso periodo, Mission Lifeline, Sea-Watch e Jugend Rettet inviano all’Unione Europea una lettera congiunta che contiene la richiesta di fermare le operazioni contro i trafficanti della flotta di EUNAVFORMED Operazione Sophia e sostituirle con operazioni di ricerca e salvataggio dei migranti nel Mediterraneo, oltre all'invito di fermare le sovvenzioni a favore del governo libico perché “la Guardia Costiera locale ostacola il lavoro delle organizzazioni umanitarie e mette così in pericolo la vita dei rifugiati”.

Lo scetticismo riguardo alla Guardia Costiera libica, che ricordiamo è stata addestrata da quella italiana nell’ambito della missione EUNAVFORMED Operazione Sophia, è stato chiaro fino dal primo giorno di missione di Lifeline.

La nave dell’organizzazione, probabilmente in acque di competenza libiche, ha imbarcato 70 migranti; si presume inoltre dalle immagini, che l’imbarcazione su cui viaggiavano non fosse in avaria (come prescritto dal Diritto Internazionale) e che la stessa non abbia lanciato nessun tipo di richiesta di salvataggio (altrimenti la Guardia Costiera italiana lo avrebbe reso noto).

Durante il “salvataggio” dei migranti, la Guardia Costiera Libica ha cercato di avvicinare la Lifeline, cercando in principio una comunicazione radio con cui chiedeva l’identificazione della stessa. Dopo svariati tentavi tutti senza riscontro, i militari hanno intimato l’alt con diversi spari in aria. A quel punto, la nave umanitaria ha fermato i motori e ha permesso agli operatori della Guardia Costiera la salita a bordo per i controlli di routine, dopo aver ricordato all’equipaggio che quella zona era di competenza libica e che le operazioni di recupero erano a loro carico.[16]

L’equipaggio di Lifeline avrebbe avuto il medesimo comportamento se al posto della Guardia Costiera libica ci fosse stata quella italiana o tedesca?

Mission Lifeline, come le altre ONG di Maydayterraneo, non ha firmato il Codice di Condotta di Minniti e quindi i porti italiani dovrebbero essere esclusi all’organizzazione.

Alle nostre perplessità in merito, ha risposto Marie Naass, consulente media: “La Lifeline non ha intenzione di sbarcare (i migranti) nei porti italiani. Comunque, il Codice Minniti non ha nessuna efficacia sullo sbarco delle navi nei porti, come il governo italiano ha dovuto ammettere, semplicemente perché non ha nessun valore legale”.

Quindi, come già evidenziato anche in altre dichiarazioni delle ONG trattate precedentemente, il Codice di Condotta italiano ha ben presto perso ogni peso internazionale o valenza legale.

A questo punto una domanda è d'obbligo: perché tutte le organizzazioni rispettano la totale chiusura dei porti in Francia e Spagna, mentre patteggiano, creano emendamenti, chiaramente “sviliscono” e forse non rispettano le regole scritte dal nostro Ministro dell’Interno?

Ovviamente ci siamo chiesti dove siano stati portati migranti imbarcati nel Mediterraneo dalla nave Lifeline dopo il salvataggio.

La Naass ci risponde: “La nostra strategia (di ricerca e salvataggio) indipendentemente dal Codice di Condotta, esclude il trasporto a terra dei migranti dopo ogni salvataggio. Questo avrebbe richiesto troppo tempo. Per questo motivo, le navi più grandi si occupano del trasporto, mentre quelle più piccole possono continuare a salvare vite”. Ovvero come raggirare una “legge” senza nessun tipo di conseguenza.

Nel mese di settembre infatti, durante la prima missione di Lifeline, i migranti “salvati” nel Mediterraneo sono stati trasbordati sul rimorchiatore Asso Venticinque.

Ci chiediamo: è “umano” far trasportare i migranti da una nave non adeguata al trasporto di persone e non preposta al soccorso medico, come se questi fossero “merce” da stivare?

Ad un certo punto, durante il civile ed educato confronto via posta elettronica intercorso con Marie Naass, irrompe il presidente Axel Steier e scrive: “Siete dei completi falliti. Beh, come tutti i Nazisti tedeschi. Non me ne frega un 'cavolo' della vostra opinione” e continua: “Mi sono messo a ridere quando ho visto il vostro sito internet. Tutto mi fa pensare alla teoria del complotto”.

Il presidente di Mission Lifeline dimostra così una profonda coerenza rispetto alle sue precedenti scelte di completa chiusura verso il Codice di Condotta italiano.

Mission Lifeline sostiene apertamente e senza dubbio alcuno l’organizzazione tedesca Jugend Rettet[17], nonostante le accuse della Procura di Trapani, l’abbondante documentazione che quest’ultima ha raccolto (foto, video e intercettazioni) e i conseguenti avvisi di garanzia inviati per “favoreggiamento all’immigrazione clandestina” a tre membri dell’organizzazione. Le stesse accuse sono state mosse dal Procuratore di Dresda ad Axel Steier. Ricordiamo la provocatoria scritta “FUCK IMRCC” (Fanculo il Coordinamento Internazionale dei Soccorsi), posizionata sulla prua della nave Iuventa.

Chiudiamo questa lunga parte riguardante Mission Lifeline con un Tweet pubblicato dall’organizzazione, che sintetizza perfettamente il loro pensiero, e un’istantanea “simbolica” del porto maltese.


La “nave nera” di Defend Europe

Oltre al Codice di Condotta del Ministra Minniti, un altro evento che ha interferito con le operazioni umanitarie delle ONG nel Mediterraneo, è stato la discesa in “campo” della terribile nave nera” C Star di Defend Europe, missione ideata da Generazione Identitaria a livello europeo. Lo scopo dichiarato dagli identitari è stato quello di monitorare la correttezza delle attività al largo delle coste libiche delle ONG, non certo quello, dichiarato da giornalisti e organizzazioni, di respingere e “affondare” le imbarcazioni dei migranti.

Il percorso della missione non è stato certo semplice: i giovani identitari sono stati definiti razzisti, xenofobi, fascisti e nazisti, e molti curiosi imprevisti hanno cercato di ostacolare la loro operazione (blocco conti corrente ed paypal, campagna stampa aggressiva, fermi delle autorità di polizia nel canale di Suez e a Cipro, manifestazioni nei porti dove erano previsti gli imbarchi dei volontari e in quelli di probabile appoggio).

Nonostante tutto, la C Star è riuscita nel suo intento: verificare “sul campo” che le ONG operassero nel modo corretto rispettando il Diritto Internazionale e le normative vigenti.

La missione Defend Europe si è articolata in due fasi contemporanee: il pattugliamento con la nave C Star della zona SAR di fronte alla costa libica a cui hanno partecipato diversi ragazzi europei di Generazione Identitaria, e la creazione di carte nautiche che potessero documentare le attività sospette delle ONG grazie al contributo dell’esperto in tematiche marittime, Gian Marco Concas.

Durante la permanenza nel Mediterraneo, la C Star ha monitorato da vicino le navi delle ONG e ha cercato di impedire possibili attività non compatibili con il Diritto Internazionale. Stranamente, nel suddetto periodo, abbiamo assistito ad un quasi totale azzeramento delle operazioni di soccorso nell’area presidiata dagli identitari, corrispondente alla quasi totale assenza di comunicazioni radio di intervento dell’MRCC di Roma. Solo una coincidenza?

Le carte nautiche di Gian Marco Concas, al suo rientro, sono state fornite alle istituzioni competenti e ai vari media. Questo ha generato il malumore di una certa parte della stampa con profonda vocazione pro-immigrazionista, come Famiglia Cristiana[18] [19] [20], che tramite una sua firma di punta, Andrea Palladino, ha cercato in ogni modo di screditare il lavoro di Concas[21] e gli obiettivi raggiunti dalla C Star.

A tal proposito, vorremmo fare delle domande al Signor Palladino: su quale base ha definito razzisti, fascisti, xenofobi, e via dicendo, un gruppo di ragazzi che, in modo trasparente, è voluto scendere “in mare”, civilmente e senza creare nessun danno, per dichiarare un malessere avvertito da diversi loro coetanei in tutta Europa sulla questione migratoria? Perché, Signor Palladino, stiamo assistendo ad una campagna denigratoria contro chi non si vuole adeguare al pensiero dominante? La forza di una democrazia non è forse la pluralità delle voci e il diritto del singolo di esprimere la propria opinione?

A detta dei membri di Generazione Identitaria, la più grande vittoria della missione Defend Europe, oltre all’aver monitorato le ONG sul campo e all’aver fornito una robusta documentazione alle istituzioni italiane, è stata quella di aver dato voce alla sempre più vasta fetta dell’opinione pubblica italiana ed europea insofferente, che chiede un’immigrazione controllata e delle politiche d’accoglienza serie e fattibili, e non per questo può essere tacciata di razzismo, tesi confermata anche dall’ormai cronica diminuzione delle donazioni private a favore delle organizzazioni che operano nel Mediterraneo.

Gli organizzatori di Defend Europe assicurano che la loro missione non si è ancora esaurita e che, al momento, stanno sviluppando ulteriori progetti per il futuro utili alla loro causa.

Operazione Pontus e EUNAVFORMED Operazione Sophia

Il Governo italiano continua a tacere su Operazione Pontus e sui motivi che lo hanno spinto a firmare un accordo bilaterale con l’Irlanda. Ricordiamo che l’operazione, iniziata nel 2015 e rinnovata ogni anno, presuppone un impegno della Marina irlandese nel Mediterraneo allo scopo di fare attività di ricerca e salvataggio di migranti che partono dalle coste libiche.

Abbiamo chiesto ripetutamente informazioni al riguardo al nostro governo, non ottenendo mai nessun tipo di riscontro. Lo stesso abbiamo fatto con il Dipartimento della Difesa irlandese che in prima istanza si è dimostrato molto disponibile rispondendo alle nostre domande. Successivamente però, alla richiesta di chiarimenti su chi ricadesse l’onere del sostenimento degli ingenti costi che una simile missione presuppone, gli irlandesi hanno preferito non rispondere, lasciandoci con un amletico dubbio.

Il pattugliatore Lé William Butler Yeats della Marina Militare irlandese, la scorsa settimana ha terminato la sua missione e ha fatto rotta di ritorno verso la sua nazione di appartenenza. Al suo posto, è previsto l’arrivo del suo gemello ==Lé Niamh==, di cui è previsto l’arrivo in zona SAR nei prossimi giorni.

La Difesa irlandese, come esposto in un precedente articolo, ci aveva preannunciato l’entrata della sua nave in EUNAVFORMED Operazione Sophia. Questo dovrebbe avvenire nelle prossime settimane, come confermato dal Capitano Antonello de Renzis Sonnino, portavoce di EUNAVFORMED Operazione Sophia. Di conseguenza, prossimamente Lé Niamh farà parte della flotta europea che si occupa principalmente della lotta al traffico di essere umani, terminando quindi l’attività umanitaria di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo.

Facciamo qualche chiarimento su EUNAVFORMED Operazione Sophia. La missione militare europea inizia nel giugno del 2015, successiva a Mare Nostrum e Operazione Triton, con il compito fondamentale di implementare sul campo l’impegno dell'Unione Europea contro le reti di contrabbando e di traffico di esseri umani nel Mediterraneo centrale.

Dopo 2 anni dall’inizio delle operazioni, la flotta di Operazione Sophia ha arrestato 117 trafficanti e impedito che 484 imbarcazioni fossero riutilizzate per l’attività criminale.

Ad oggi, sono impegnati nell’operazione 25 stati membri dell’Unione Europea (Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Regno Unito) e impiegati quasi 1.000 collaboratori.

A partire dall'ottobre del 2016, Operazione Sophia è responsabile anche della formazione della Marina Militare libica e della Guardia costiera libica, e nell'attuazione dell'embargo sulle armi al largo della costa della Libia. Al momento, si è conclusa la prima parte della formazione (con 93 tirocinanti libici della Guardia Costiera e della Marina Militare affiliate al “Government of National Accord”) dopo 14 settimane di addestramento a bordo della nave italiana San Giorgio e due settimane a bordo della nave olandese Rotterdam. Inoltre, sono stati istituiti corsi ad hoc per alti funzionari della Marina libica.

Numerosi stati membri dell'Unione Europea ed organizzazioni/agenzie come Frontex, UNHCR e IOM hanno contribuito con squadre proprie alla formazione.

L'obiettivo della formazione del personale militare libico è quello di migliorare la sicurezza delle acque territoriali di loro competenza, incluse le attività di ricerca e salvataggio di vite umane. Di conseguenza, i moduli di formazione aumenteranno anche la capacità della Guardia Costiera libica e della Marina Militare libica di interrompere il traffico di migranti dalle loro coste.

L’attività di ricerca e salvataggio non fa parte del mandato di Operazione Sophia. Tuttavia, dall’inizio della missione, le navi della flotta hanno salvato più di 40.000 persone in difficoltà in mare, come è prescritto dal Diritto Internazionale del mare e ovviamente per obbligo morale. Le attività di SAR sono sempre state effettuate seguendo le istruzioni e sotto l'autorità dell’MRCC.

Il 25 luglio scorso, il mandato alla flotta di EUNAVFORMED Operazione Sophia è stato esteso fino al 31 dicembre 2018[22]. La durata è stata prolungata per controllare l’effettivo stato della formazione della Guardia Costiera libica, per sorvegliare e raccogliere informazioni sul commercio illegale di petrolio dalla Libia, e per rafforzare il contributo informativo sulla tratta dei migranti condiviso con Frontex e Europol.

La situazione in Libia dopo gli accordi con il Governo italiano

Dopo l’entrata in vigore del Codice di Condotta delle ONG e gli accordi con il governo libico riguardo alla lotta al traffico dei migranti, la situazione in Libia sta diventando drammatica a causa del prevedibile “effetto imbuto. I rappresentanti del Governo italiano hanno promesso fondi e mezzi a quello libico[23] e siamo in contatto con Giulio Lolli, comandante delle Forze Speciali di Polizia Marittima libica che risponde al Ministero degli Interni del governo di Fayez al-Serraj, che ci dà puntualmente riscontri sul loro operato.

Lolli ci racconta di navi in forza alla Guardia Costiera (6 di proprietà libica e due italiane, e una corvetta) che necessitano di riparazioni prima di essere operative in mare nel controllo della zona SAR. Purtroppo i fondi non sono ancora arrivati e i militari sono costretti ad operare con mezzi insufficienti e di conseguenza il compito di pattugliare le coste diventa quasi impossibile. Non si sta parlando di cifre astronomiche, ma di poco più di 450.000€, che comparati ai costi dell’accoglienza spesi negli ultimi anni dal Governo italiano sono un’inezia.

Non è ben chiara la coerenza delle istituzioni italiane: prima introducono un Codice che dovrebbe regolamentare la condotta delle ONG e quindi scongiurare il probabile “effetto magnete”, poi con il supporto di Operazione Sophia addestrano gli uomini della Guardia Costiera libica e assicurano mezzi alle autorità del Paese nord-africano per il pattugliamento delle coste, e infine tardano a finanziare i costi prioritari per dare loro modo di operare?

Anche da un punto di vista strettamente “umanitario”, sembra che l’Italia stia facendo poco di quello che è stato promesso. Nonostante le poche risorse a disposizione, i militari libici hanno in pochi giorni hanno fermato più di 7.000 migranti, ingestibili in termini di sussistenza da una nazione non certo in salute economica come la Libia.

Se nessuno si muove fra qualche giorno saranno destinati a morire di fame, UNHCR Lybia è a conoscenza di questo e stanno muovendo le prime timide operazioni.
Alle Nazioni Unite non mancano i mezzi e le risorse per intervenire in loco, basterebbe la volontà di collaborare con le forze locali.

Perché le istituzioni italiane, ma anche quelle europee, non sono state in grado di prevedere l’effetto imbuto e tardano a fornire supporto in loco? Perché invece i fondi necessari all’accoglienza all’interno del territorio italiano si sono sempre trovati tempestivamente?

L’unica “toppa” per ora prova a metterla il Ministro Minniti, che recentemente ha cercato di coinvolgere le ONG chiedendo un loro intervento nei centri di detenzione libici.[24]


Conclusioni

Nulla sembra sostanzialmente cambiato nel Mediterraneo dopo l’introduzione del Codice di Condotta: le ONG, dopo una veloce riorganizzazione, continuano le operazione di ricerca e salvataggio davanti alle coste libiche, con un aumento dell’intensità degli sbarchi nei porti italiani. Il Ministro Minniti ha predisposto una rete di controlli sulla corretta applicazione del Codice durante le missioni delle organizzazioni in zona SAR?

Sono le stesse affermazioni dei portavoce delle ONG che fanno presupporre ad una perdita dell’autorità della regolamentazione italiana, senza contare le dichiarazioni di chi, non avendo sottoscritto il Codice, agisce rispettando solo il tanto citato Diritto Internazionale (e poi con trucchetti scarica i migranti come merce ad un’altra imbarcazione non idonea allo scopo).

I numeri degli sbarchi parlano chiaro, così come i bandi di finanziamento per l’accoglienza già assegnati alle cooperative.

Come mai non vengono garantiti più fondi alle autorità libiche per evitare il dramma umanitario che era facilmente prevedibile? Ricordiamo la stretta di mano tra Gentiloni e Serraj, come ricordiamo i bilanci in “forte attivo” delle cooperative italiane impegnate nell’accoglienza. Forse lo #stayhuman non vale per i migranti imbottigliati in Libia?

Coerenza italica.


Francesca Totolo & Luca Donadel


Fonti:


  1. (http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/sites/default/files/allegati/cruscotto_statistico_giornaliero_9-10-2017.pdf) ↩︎

  2. (Dead and Missing at sea July 2017) ↩︎

  3. (http://www.ilpost.it/2017/09/23/contare-morti-mediterraneo/) ↩︎

  4. (Prima stima "dead and missing at sea" IOM) ↩︎

  5. (Seconda stima "dead and missing at sea" IOM) ↩︎

  6. (http://www.lastampa.it/2017/09/12/esteri/mediterraneo-tomba-dei-profughi-y1pAUBIdutvZxl4VALiIHN/pagina.html) ↩︎

  7. (http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2017/05/04/migranti-boldrini-non-si-puo-fermarli_a10622e6-cbe3-4f3e-b954-ffaf87a225be.html) ↩︎

  8. (https://www.domradio.de/themen/fluechtlingshilfe-und-integration/2017-04-29/sea-watch-baut-rettungsflotte-weiter-aus) ↩︎

  9. (BBC is on board a rescue Ship in the Mediterranean Sea - BBC News) ↩︎

  10. (Matrix: intrecci ONG e scafisti) ↩︎ ↩︎

  11. (Trailer de la película Astral) ↩︎

  12. (https://assets.documentcloud.org/documents/3531244/Frontex-Triton-Analytical-Report-December-2016.pdf) ↩︎

  13. (http://www.euskadi.eus/gobierno-vasco/-/noticia/2017/el-gobierno-concede-una-ayuda-de-150-000-a-salvamento-maritimo-humanitario-para-el-rescate-de-personas-refugiadas-consejo-de-gobierno-11-07-2017/) ↩︎

  14. (http://www.lastampa.it/2017/07/24/edizioni/biella/sitin-davanti-alla-curia-contro-la-bonino-ospite-in-chiesa-GC6aZCwX8r4uS5GLzLwIWL/pagina.html) ↩︎

  15. (http://www.sz-online.de/nachrichten/ermittlungen-gegen-seenotretter-3713318.html) ↩︎

  16. (Our civilian rescue ship, the "Lifeline", was attacked yesterday by the Libyan coast guard during its first rescue operation in the Mediterranean) ↩︎

  17. (Le Ong insistono: un vertice a Tunisi per fare ripartire i barconi dalla Libia, Fausto Biloslavo ↩︎

  18. (Generazione Identitaria, i razzisti delle cause perse) ↩︎

  19. (Caos Mediterraneo: le manovre occulte di Defend Europe sull'indagine Iuventa) ↩︎

  20. (L'intervento di Articolo 21 sulle intimidazioni di Generazione Identitaria al giornalista Andrea Palladino) ↩︎

  21. (Gian Marco Concas spiega il Long Range Identification and Tracking) ↩︎

  22. (https://eeas.europa.eu/csdp-missions-operations/eunavfor-med/36/about-eunavfor-med-operation-sophia_en) ↩︎

  23. (Libia, Gentiloni: "Serraj ha chiesto aiuto navale in acque libiche contro trafficanti") ↩︎

  24. (http://www.ilgiornale.it/news/politica/minniti-chiama-rapporto-ong-venite-tripoli-ad-alleviare-1442373.html) ↩︎