Francesca Totolo
Responsabile ufficio stampa ed esperta in comunicazione.

Intervista a Medici Senza Frontiere: il Mediterraneo, il Codice Minniti e la Libia

Intervista a Medici Senza Frontiere: il Mediterraneo, il Codice Minniti e la Libia

Dopo gli ultimi accadimenti avvenuti sul fronte della questione migratoria, come la nuova regolamentazione dettata dal Codice di Condotta del Ministro Minniti e il conseguente ritiro di molte ONG che fino ad allora avevano operato nel Mediterraneo, abbiamo iniziato un nuovo lavoro di ricerca per capire i reali motivi che hanno portato molte organizzazioni non governative a concludere le loro missioni di SAR (ricerca e soccorso) davanti alle coste libiche. Per questo motivo, ci siamo messi in contatto con le suddette per avere un loro diretto riscontro.

Medici Senza Frontiere, tramite il suo responsabile advocacy Marco Bertotto, ci ha accordato un’approfondita intervista.

T: Innanzitutto vorrei ringraziarla anticipatamente per la disponibilità che ci ha concesso. Conosce perfettamente il nostro lavoro di ricerca e spesso di “denuncia” sulla questione delle ONG nel Mediterraneo. Nonostante ciò, ha accettato di rispondere alle nostre domande che, come sa, potranno essere anche “scomode”.
In primo luogo, potrebbe spiegarmi le modalità con cui è avvenuto il salvataggio dell'ottobre del 2016 che ha visto protagonista la vostra nave Bourbon Argos? Le immagini destano alcune perplessità vista la presenza di diverse imbarcazioni; tra queste si possono distinguere una barca che sembrerebbe appartenere alla Milizia o alla Guardia Costiera Libica, e un’altra bianca del tipo usata in diverse occasioni dagli scafisti
.

B: Dalla sola immagine e senza poter risalire al giorno preciso del soccorso è difficile dire a chi appartengano le imbarcazioni e ricostruire quindi lo svolgimento dei fatti; a ottobre 2016 la Bourbon Argos ha effettuato 18 diversi soccorsi. Non è comunque uno scenario anomalo in un Mediterraneo sempre più ricco di attori. Dallo scorso anno è capitato più volte che durante i salvataggi si palesassero imbarcazioni battenti bandiera libica, di cui è stato difficile dire se appartenessero alla Guardia Costiera Libica, a trafficanti o ad altri attori non meglio identificati. Per noi l’importante è che si tengano a distanza di sicurezza dalla nostra nave e non compiano azioni che possano mettere in pericolo la vita delle persone. Ciò che resta sempre invariato è che tutti i nostri soccorsi sono sempre stati effettuati alla luce del sole e sotto lo stretto coordinamento della Guardia Costiera Italiana, che indica dove, quando e come intervenire (salvataggio o trasferimento) e in che porto condurre le persone soccorse, secondo le leggi nazionali e internazionali, come sempre confermato anche da loro. A ben vedere le ONG, vista l’assenza di un sistema di ricerca e soccorso europeo assolutamente necessario dopo la chiusura di Mare Nostrum – ad aprile 2015, 1200 persone sono morte in mare in una settimana: i numeri di una guerra – hanno semplicemente messo le proprie navi e le proprie risorse a disposizione della Guardia Costiera Italiana per supportarla nel suo obbligo legale di soccorrere le persone in mare.

Per essere trasparenti a proposito delle nostre attività di ricerca e soccorso, abbiamo sviluppato un sito web dove si possono trovare tutte le nostre operazioni nel Mediterraneo dal 2015, con tanto di posizioni, autorizzazioni, porti di sbarco, persone soccorse, problemi medici curati (ustioni, disidratazione, ferite da tortura, etc).[1]

T: Sempre a proposito delle immagini precedenti riguardo al salvataggio dell'ottobre scorso: la barca bianca è quasi sicuramente di proprietà della Guardia Costiera Libica che all'epoca si diceva essere "gestita" dalla Milizia e che fosse pagata dagli scafisti stessi per “agevolare” la loro attività criminale. La barca in questione si avvicina molto alla nave di Medici Senza Frontiere durante il salvataggio. Un vostro portavoce ha informato tempestivamente l'MRCC di Roma o qualche nave in zona di EUNAVFORMED Operazione Sophia? Perché all'epoca il vostro equipaggio non era "impaurito" dalla Milizia Libica come lo è oggi?

B: Comunichiamo ogni elemento delle nostre operazioni di soccorso alla Guardia Costiera Italiana, all’MRCC, che coordina i soccorsi di tutte le unità navali e da cui riceviamo indicazioni su dove, quando e come procedere in ogni situazione. Solitamente non abbiamo comunicazioni dirette con le navi di EUNAVFORMED Operazione Sophia, che sono a loro volta in contatto con la Guardia Costiera Italiana.

Come dicevamo, dall’anno scorso capita che si palesino sulla scena di un soccorso diverse imbarcazioni e in un contesto come quello è difficile capire chi ci sia effettivamente dietro, nonostante i segni di identificazione (bandiere, scritte, etc). Possono esserci Guardia Costiera Libica, Milizia, trafficanti, e sciacalli che vogliono rubare i motori. È anche capitato più volte che la Guardia Costiera Libica sparasse in aria, contro i barconi di migranti, contro le navi delle ONG e pure contro la Guardia Costiera Italiana. Per questo in mare, noi pensiamo solo ai soccorsi, affidandoci esclusivamente alle indicazioni dell’MRCC, e manteniamo un cauto non-coinvolgimento con altri attori difficili da distinguere.

T: Come mai continuate a fornire personale medico alla nave Aquarius di SOS Mediterranee, nonostante siate entrati in aperto scontro con il Codice Minniti e dopo aver ritirato le vostre navi dalla missione nel Mediterraneo?

B: Dopo i fatti di quest’estate, il Codice di condotta, l’invio delle navi militari italiane in Libia, l’annuncio dell’istituzione zona SAR libica con relativa minaccia alle ONG, e il tentativo di coinvolgere le ONG in sistema governativo finalizzato soprattutto al contenimento delle persone in Libia, abbiamo deciso di sospendere le operazioni della nave Prudence, gestita unicamente da MSF, lasciandola in stand-by. Allo stesso tempo abbiamo mantenuto la nostra équipe medica a bordo della Aquarius di SOS Mediterranee per continuare a fornire supporto tecnico e non abbandonare le persone a loro stesse in mare. Sul fronte del Codice Minniti, gli emendamenti adottati per le altre ONG e il fatto che la Guardia Costiera abbia continuato a coinvolgere le ONG in modo immutato, hanno di fatto svuotato il Codice stesso: nulla è cambiato, tutti i soccorsi vengono fatti sotto il coordinamento della Guardia Costiera Italiana secondo le leggi nazionali e internazionali, esattamente come è sempre stato. Sul fronte delle partenze, l’aver bloccato le persone in Libia ha ridotto il numero di barconi quindi le navi di soccorso attualmente in mare sono sufficienti a rispondere ai bisogni. Ma il costo umano e anche economico di questo blocco delle persone in Libia è davvero inaccettabile.

T: Uno dei motivi per cui avete messo in stand by la vostre navi è il pericolo paventato delle minacce della Guardia Costiera Libica. Presumo che lo stesso pericolo esista anche per il personale a bordo dell'Aquarius. Quindi qual è la differenza?

B: Come ben si può ben immaginare, contesti complessi richiedono soluzioni complesse in uno scenario così mutevole come quello del Mediterraneo della scorsa estate. Abbiamo deciso di tenere la nostra équipe medica a bordo dell’Aquarius per non abbandonare del tutto il mare e valutare l’evolversi della situazione. Il rischio zero non esiste purtroppo in nessuno dei nostri progetti, trovandosi in contesti di violenza o instabilità.

T: Passiamo alla parte prettamente finanziaria della vostra organizzazione. Avete pubblicato il bilancio del 2016. Potrebbe parlarci dell’origine dei fondi a vostra disposizione e il loro utilizzo a proposito della missione nel Mediterraneo.

B: Ricordo innanzitutto che il 100% dei fondi raccolti da Medici Senza Frontiere in Italia deriva da donazioni private (94% individui, 6% fondazioni e aziende selezionate). Oltre il 95% dei fondi raccolti dalla nostra organizzazione a livello internazionale deriva da donazioni private, con un piccolo residuo di fondi istituzionali che utilizziamo per specifici progetti medici, mai comunque in aree di conflitto o in mare. Inoltre nel 2016 abbiamo rinunciato agli ultimi fondi europei in risposta alle politiche migratorie dell’Unione Europea.[2]

Le attività di Medici Senza Frontiere in mare rappresentano solo l’1% delle risorse che spendiamo complessivamente nel mondo, nei nostri diversi progetti che coinvolgono circa 70 Paesi, “a casa loro[3], per portare assistenza medica e umanitaria a milioni di persone vulnerabili in contesti di guerra, disastri naturali, epidemie, mancanza di accesso alle cure. Tutte le attività in mare sono finanziate da fondi privati italiani e internazionali.

T: A proposito delle donazioni private: avete subito un rallentamento delle stesse da quando sono iniziate le polemiche sull'operato delle ONG?

B: Al momento è presto per potere tirare le somme; ci sono stati donatori che purtroppo hanno smesso di donare perché influenzati dalla campagna diffamatoria contro le ONG, ma ci sono anche persone che hanno iniziato a donare proprio durante le polemiche per sostenere la nostra azione in mare e nei 70 paesi in cui operiamo. Per i risultati del 5x1000, la cui promozione è avvenuta proprio durante il periodo della campagna diffamatoria, bisognerà aspettare due anni, quando avremo i numeri dei fondi raccolti tramite le dichiarazioni dei redditi. Da sottolineare, come già esposto, che la nostra azione in mare impiega l’1% delle nostre risorse, quindi le donazioni mancate incideranno poco sull’azione in mare, ma più decisamente sulle nostre attività di aiuto e soccorso nei Paesi colpiti da guerre, da epidemie e da disastri naturali, dove spesso operiamo soltanto noi.

T: Molte volte Medici Senza Frontiere ha affermato che non è finanziata dalla Open Society Foundations di George Soros in netta contraddizione da quanto dichiarato da un documento della fondazione.[4]

B: Come abbiamo spesso ribadito nelle sedi ufficiali, sui media, nelle trasmissioni TV, etc, MSF ha ricevuto un finanziamento a livello internazionale dalla Open Society Foundations nel 2010 in occasione del terremoto di Haiti, a cui fa forse riferimento la nostra menzione generica nel documento citato, ma mai per i progetti in mare, come confermato da loro stessi nel pieno delle polemiche.[5]

[A tal proposito vorremmo fare alcune precisazioni sulla Open Society Foundations e sul suo ruolo in Italia e nel Mediterraneo a dispetto delle dichiarazioni rilasciate a "La Stampa" fatte da Jordi Vaquer, co-direttore della Open Society Iniziative per l’Europa. Per quanto riguarda l’organizzazione non governativa maltese MOAS, risulta un finanziamento ricevuto da Avaaz, che vede come maggior sostenitore economico la Moveon.org, organizzazione a sua volta di proprietà di George Soros. Inoltre Vaques cita soltanto una minima parte delle associazioni italiane finanziate e fondate dalla Open Society Foundations, come già esposto in un precedente approfondimento (Onlus E Migranti In Italia).
Ricordiamo infine la “curiosa” visita di George Soros al nostro premier Gentiloni nell’aprile scorso, proprio durante il pieno delle polemiche sulle ONG operanti nel Mediterraneo
]

T: Torniamo al Mediterraneo. Avete dei nuovi progetti in Libia? Avete intenzione di gestire direttamente i controversi centri di detenzione? E se fossi così, da chi arriverebbero i fondi per la gestione?

B: Siamo un’organizzazione medico-umanitaria di emergenza e non gestiamo noi i campi profughi, i centri di accoglienza, quelli di detenzione, CARA, SPRAR e così via – le cui responsabilità sono in capo ad altri attori – ma cerchiamo di offrire la nostra assistenza ovunque sia necessario e possibile. Nei centri di detenzione in Libia lavoriamo dal 2016, per portare cure mediche e cercare di alleviare le sofferenze delle persone che vi sono trattenute in condizioni drammatiche. Non solo non potremmo - né vorremmo - gestire quei centri, ma chiediamo che vengano del tutto superati perché rappresentano uno dei brutali tasselli di un’impresa criminale che intrappola arbitrariamente uomini, donne e bambini, e lucra su violenze, abusi, torture, stupri ed estorsioni. Le persone intrappolate in quell’incubo hanno un disperato bisogno di una via di uscita verso una forma di protezione o di asilo, e quando possibile migliori procedure di rimpatrio volontario, attraverso canali sicuri e legali. Crediamo che solo attraverso la legalità si può sconfiggere l’illegalità, non certo facendo accordi criminali con altri o con gli stessi trafficanti. Attualmente invece non esiste alcuna via legale che permetta a queste persone di cercare protezione. All’interno dei centri lavoriamo in modo indipendente, con i nostri fondi derivati da donazioni private.

Abbiamo ampiamente denunciato le condizioni di detenzione dei migranti nei centri di detenzione libici con diversi comunicati pubblicati sul nostro sito istituzionale.[6] [7]

T: Sempre riguardo alla questione libica, perché Medici Senza Frontiere ha iniziato solo ora a denunciare attivamente le condizioni di detenzione dei migranti, quando diverse inchieste giornalistiche, come quella ad esempio di Gian Micalessin[8], già nel 2015 documentavano tale situazione? Eppure la vostra organizzazione era già presente sul territorio.

B: In realtà, Medici Senza Frontiere denuncia da anni le drammatiche condizioni dei migranti in Libia[9] [10]. Il fatto è che oggi la Libia è l’unica soluzione proposta dal governo italiano per gestire i flussi, quindi è al centro del dibattito e interessa a molte più persone. Il costo umano di quella soluzione per noi è del tutto inaccettabile.

T: Quindi le vostre denunce a proposito dei campi di detenzione libici risalgono a tempi “non sospetti”: quale sarebbe la vostra soluzione per ridurre il flusso migratorio sub sahariano verso Libia? Sappiamo benissimo che migliaia di migranti muoiono ancora prima di arrivare in Libia, nel deserto, una strage di cui i principali media non parlano. Sappiamo inoltre benissimo che i famosi "corridori umanitari" sarebbero inutili visto che il 95% delle persone che arrivano sulle coste italiane non hanno diritto all'asilo essendo migranti economici, e che l'Europa ha già dichiarato di "non volere".

B: Attenzione ai numeri: nel 2016 il 66,4% di persone ha ottenuto una forma di protezione tra prima istanza e ricorso in appello (in prima istanza il 40%: 5% status di rifugiato, 21% protezione umanitaria, 14% protezione sussidiaria. Dopo il diniego, alcuni procedono in appello e lì la percentuale sale ancora). Vale a dire che lo stato italiano ha riconosciuto che il 66,4% delle persone aveva un motivo tanto drammatico alle spalle da poter chiedere e ottenere protezione, e gliel’ha accordata. Nel 2017 (dati di agosto) il 42,5% delle persone ha ottenuto una forma di protezione in prima istanza (umanitaria 25%, sussidiaria 9%, status di rifugiato 8,5%) – per l’appello ancora non ci sono i tempi. La fonte è il Ministero degli Interni, Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione.[11]

[Facciamo un po’ di chiarezza sui dati riguardanti le richieste di asilo:

  • Il 5% dei richiedenti nel 2016 ha ottenuto lo status di rifugiato che rientra nel concetto di protezione internazionale sancito dalla Convenzione di Ginevra.

  • Il 14% dei richiedenti nel 2016 ha ottenuto la protezione sussidiaria, rilasciata “a discrezione” della Commissione Territoriale competente qualora il richiedente non possa dimostrare una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, ma si ritiene che rischi di subire un danno grave (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra interna o internazionale) nel caso di rientro nel proprio paese. Gli altri Paesi europei vi ricorrono solo “in forma residuale”. Quindi spesso un migrante che in Italia ha ottenuto la protezione umanitaria, oltre confine con ogni probabilità verrebbe dichiarato immigrato clandestino.

  • Il 21% dei richiedenti nel 2016 ha ottenuto la protezione umanitaria, che esula dal concetto stesso di protezione internazionale sancito dalla Convenzione di Ginevra e riguarda le persone con gravi problemi di salute o provenienti da Paesi afflitti da catastrofi naturali, per le quali è impossibile procedere a un rimpatrio.

  • Il 60% dei richiedenti nel 2016 ha ottenuto, in prima istanza, il diniego e il relativo “foglio di via.]


Rispetto alle soluzioni per ridurre il flusso migratorio, in quanto organizzazione medico-umanitaria non è il nostro ruolo occuparci di strategie politiche di lungo periodo, che sono in capo agli Stati e alle organizzazioni internazionali. Ad ogni modo, consideriamo la Libia un paese a rischio per rifugiati e migranti quindi la soluzione per noi è quella di garantire vie legali e sicure alle persone che fuggono dalla Libia in cerca di protezione, in modo da ridurre le sofferenze e i morti in mare, e fermare il traffico di esseri umani nel Mediterraneo. Sistema che dovrebbe coinvolgere non solo l’Italia ma anche gli altri paesi europei in cui poter chiedere asilo e ricevere protezione. Se ci fossero poi anche meccanismi regolamentati per i cosiddetti “migranti economici (visti temporanei, permessi di lavoro, permessi di studio), i flussi sarebbero più controllati e umani, il sistema di asilo verrebbe decongestionato, i costi dell’accoglienza verrebbero ridotti e i trafficanti non avrebbero margine d’azione. Una soluzione strutturata, condivisa dagli stati europei, che riconosca ad ogni stato l’autorità e la responsabilità di controllare le proprie frontiere, ma garantendo legalità e umanità.

T: Passiamo al vostro report[12], redatto per analizzare la reale esistenza dell’effetto “pull factor” riguardo al flusso migratorio causato dalle ONG nel Mediterraneo, anche denunciato da Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, e il relativo peggioramento delle condizioni di sicurezza in mare.

Per analizzare i cambiamenti del flusso migratorio nei tre diversi periodi (Operazione Mare Nostrum, Operazione Triton e operazioni SAR delle ONG), avete preso come periodo di riferimento Ottobre 2015-Febbraio 2016 riguardo alle operazioni delle ONG. Non vi sembra un periodo che potrebbe non essere rappresentativo e falsare il report, visto che l'attività delle ONG non era a pieno regime (molte organizzazioni hanno iniziato le loro missioni successivamente come Proactiva Open Arms, SOS Mediterranee, Save The Children, Sea Watch e Sea-Eye e il MOAS invece era impegnato nel Golfo del Bengala)? Non sarebbe stato più veritiero comparare il periodo Ottobre 2016-Febbraio 2017 (il mese di ottobre 2016 fu molto intenso)?

B: Come indicato, il rapporto analizza il periodo 2014-2016. Quando avremo i dati complessivi del 2017 potranno essere analizzati anche quelli.

T: In percentuale i morti stimati [per le modalità di calcolo dei dispersi/morti davanti alle coste libiche ho chiesto delucidazioni a Missing Migrants dell'IOM, soprattutto riguardo ad agosto 2017] sono stati percentualmente inferiori ma ovviamente sono esponenzialmente aumentati gli sbarchi nei porti italiani, comparando il periodo considerato di Triton rispetto a quello delle operazioni SAR delle ONG. Una domanda a cui non potete certamente darmi una risposta certa ma vi chiedo una vostra opinione: non credete che i migranti siano stati usati come "merce da macello" dai trafficanti durante il periodo di Triton per incentivare una nuova missione Mare Nostrum?

[Frontex decise di terminare l’Operazione Mare Nostrum, e passare all’Operazione Triton, per diminuire il possibile effetto “pull factor” causato dall’eccessiva vicinanza alle coste libiche delle navi impiegate per le attività di SAR. Triton ha iniziato le operazioni nel novembre del 2014 e ha proseguito fino ad aprile 2015; rispetto a Mare Nostrum, l’operazione si svolgeva in prossimità delle coste italiane e consisteva nel solo controllo delle frontiere Schengen senza attività di SAR]

B: Come dimostrano da diverse ricerche basate su analisi empiriche dei dati a disposizione, come i due studi indipendenti citati nella premessa del nostro report, non è dimostrata alcuna correlazione diretta tra il numero di partenze e la maggiore o minore presenza di navi preposte al soccorso in mare. E questo vale in un senso e nell’altro. Per questa ragione provare a ragionare su presunti “effetti calamita” o su altre logiche di incentivo/disincentivo è dal nostro punto di vista appunto una pura speculazione. Ricondurre l’aumento delle partenze alla presunta volontà dei trafficanti di stimolare artificiosamente un rilancio delle operazioni SAR ci sembra una tesi un po’ ardita che andrebbe sostanziata con evidenze solide e articolate.

[Ricordiamo comunque per correttezza che l’Operazione Mare Nostrum è stata implementata dopo 15 giorni dalla nota “Tragedia di Lampedusa” avvenuta il 3 ottobre del 2013, mentre l’entrata ufficiale in scena delle ONG è avvenuta in seguito a diversi naufragi avvenuti al largo delle coste libiche (l’ultimo il 18 aprile 2015) nel periodo dell’Operazione Triton, che non prevedeva attività di SAR]

T: A pagina 20 del vostro report si legge: "Moving rescue ships closer to the Libyan coast thus responds to a preemptive humanitarian necessity" ("Spostare le navi preposte al soccorso più vicine alla costa libica risponde quindi ad una necessità umanitaria preventiva"): salvare la vita degli esseri umani è la cosa prioritaria e tutte le persone di buon senso sono d'accordo. Ma non pensate che in questo modo avete reso la vita dei trafficanti "molto semplice" da un punto di vista logistico?

B: Alla base dell’azione di Medici Senza Frontiere, c’è l’imperativo umanitario di soccorrere le persone. Se poi vogliamo ragionare su logiche di causa/effetto, converrà con me che è l’assenza di vie legali per raggiungere l’Europa ad alimentare il business dei trafficanti. Siamo i primi a pensare che l’attività di soccorso in mare semplicemente non dovrebbe esistere, perché le persone non dovrebbero rischiare la vita in mare. Ma nel momento in cui le politiche europee la rendono necessaria, allora deve essere realizzata con l’obiettivo primario di salvare le vite. E l’unico modo per farlo è intervenire laddove avvengono i naufragi, ovviamente nel rispetto di quanto previsto dal diritto internazionale marittimo, che pure prevede l’obbligo del soccorso.

T: Passiamo ad un altro argomento. Avete partecipato come partner organizzativo a Internazionale a Ferrara. Non pensate che la promozione del libro di Padre Mussie Zerai e la sua partecipazione ad una seminario il primo ottobre sia una scelta "non cauta e appropriata" visto l'avviso di garanzia per favoreggiamento all'immigrazione clandestina che gli è stato inviato dalla Procura di Trapani? Certamente è innocente fino al terzo grado di giudizio ma le intercettazioni e il materiale in mano ai magistrati sembrano fortemente incriminanti. Anche la figura di Meron Estefanos, sua collaboratrice e attivista politica anti presidente eritreo, sembra piuttosto discussa (Padre Mussie Zerai, le accuse di favoreggiamento all’immigrazione clandestina e Meron Estefanos).

B: Siamo partner di Internazionale a Ferrara, ma non siamo responsabili del programma. Ciò detto, condividiamo le sue osservazioni sulla presunzione di innocenza, senza entrare nel merito di discussioni più ampie sulla criminalizzazione della solidarietà.

T: Un’ultima domanda cambiando completamente scenario, ma strettamente di attualità: Medici Senza Frontiere non crede di aver favorito, seppur non intenzionalmente, i cosiddetti "ribelli moderati" che poi si sono scoperti appartenere a gruppi terroristici dell'ISIS e di Al Nusra? La zone "servite" dagli aiuti della vostra organizzazione, come Idlib e Aleppo, sono state una loro roccaforte.

B: Medici Senza Frontiere opera esclusivamente in base ai bisogni medico-umanitari delle persone, indipendentemente da qualunque altra logica politica, economica e religiosa. Sono anni che la nostra organizzazione chiede al governo siriano di poter lavorare nelle aree controllate da loro per portare soccorso medico-umanitario, ma non ci hanno mai dato l’autorizzazione per farlo. Tra l’altro nel 2014 cinque nostri operatori umanitari sono stati rapiti proprio dallo stato islamico. Nelle strutture gestite o supportate dai nostri team in Siria vediamo uomini, donne, bambini, feriti, amputati, malnutriti, malati, colpiti mentre erano a casa, a scuola o al mercato, che hanno perso familiari, che non hanno più niente, spesso nemmeno acqua, cibo o accesso ad aiuti e cure mediche. Il nostro lavoro come organizzazione medico-umanitaria è cercare di portare loro le cure di cui hanno bisogno, in modo indipendente, imparziale e neutrale. Anche in Siria, come altrove, noi pensiamo solo alle vittime, senza guardare chi sono o da che parte stanno[13]. Le dinamiche politiche, geopolitiche e militari sono in capo ad altri attori ben sopra di noi.

T: Marco la ringrazio per la piena disponibilità che lei e la sua organizzazione ci avete voluto accordare, consci anche delle domande “scomode” oggetto dell’intervista e della nostra visione critica e puramente “razionale” sulla questione migratoria e sulle attività delle ONG.

Conclusioni

Seppur lontani riguardo alle logiche che guidano le attività di Medici Senza Frontiere, su un punto concordiamo pienamente: l’assenza di politiche europee che risolvano seriamente le problematiche della questione migratoria, tenendo conto sia della protezione dei confini nazionali sia dell’aspetto umanitario. Come fa a definirsi “unita” un’Europa che non agisce unitariamente ed univocamente su una questione così rilevante.

EUNAVFORMED Operazione Sophia è l’ultimo strumento messo in campo dall’Unione Europea per sconfiggere l’attività criminale dei trafficanti di esseri umani (le operazioni SAR sono secondarie). Al momento ci troviamo nella fase due dell’operazione che consiste nella distruzione delle barche usate dagli scafisti e nell’addestramento della Guardia Costiera Libica (questo si è appena concluso con il passaggio di consegne definitivo della zona SAR libica alle autorità nazionali).

Nulla di sostanziale si è fatto però per diminuire il flusso migratorio e per risolvere il problema del considerevole numero di richiedenti asilo sbarcato sulle coste italiane. Il compito di soccorso dei migranti nel Mediterraneo è stato implicitamente delegato alle ONG e quello dell’accoglienza all’Italia, avendo le altre nazioni europee chiuso ogni frontiera e porto oltre alla non disponibilità dichiarata in merito alla redistribuzione dei “migranti economici” con protezione sussidiaria.

E ancora qualcuno parla di Stati Uniti d’Europa.


Fonti:


  1. (http://sar.msf.org/it/) ↩︎

  2. (http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/migrazione-il-pericoloso-approccio-dellue-minaccia-il-diritto-di-asilo-tutto-il-mondo) ↩︎

  3. (http://activityreport2016.msf.org/) ↩︎

  4. (https://www.opensocietyfoundations.org/sites/default/files/partners_20090720_0.pdf) ↩︎

  5. (http://www.lastampa.it/Page/Id/6.2.2898255074) ↩︎

  6. (http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/libia-chiediamo-la-fine-della-detenzione-arbitraria-di-rifugiati-richiedenti-asilo-e) ↩︎

  7. (http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/i-governi-europei-alimentano-il-business-della-sofferenza-libia) ↩︎

  8. (http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Gian-Micalessin-Libia-esclusiva-centri-detenzione-8ea24b60-7252-4851-9fea-abb5469c0192.html) ↩︎

  9. (http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/libia-detenuti-torturati-e-privati-di-assistenza-medica) ↩︎

  10. (http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/libia-drammatica-situazione-di-rifugiati-e-migranti-detenuti-nel-paese-le-persone) ↩︎

  11. (http://www.libertaciviliimmigrazione.dlci.interno.gov.it/it/documentazione/statistica/i-numeri-dellasilo) ↩︎

  12. (http://searchandrescue.msf.org/assets/uploads/files/170831-%20Report_Analysis_SAR_Final.pdf) ↩︎

  13. (http://activityreport2016.msf.org/country/syria/) ↩︎