Luca Donadel
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24enne. Video blogger e studente di Scienze della Comunicazione.
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La verità sui sacchetti biodegradabili

Un riassunto sulla questione dei sacchetti biodegradabili per la spesa di frutta, verdura, carne e pesce a carico dei consumatori.

La verità sui sacchetti biodegradabili

Dal 1 Gennaio 2018 è entrata in vigore la normativa dettata dalla conversione del decreto legge n°91 "Disposizioni urgenti per la crescita economica del Mezzogiorno" art.9 bis. in Gazzetta Ufficiale del 12 agosto 2017, che avvia l'iter di applicazione della medesima.

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Sebbene promulgata in sordina in periodo festivo, già da ottobre del 2017 qualche articolo cominciava a mettere in guardia sugli effetti di questa nuova legge, che nulla aveva a che fare con la crescita economica del mezzogiorno.

Con gli ultimi giorni dell'anno scorso, sono iniziate le domande e le polemiche che accompagnano questa novella procedura.
A sintetizzare, il malumore serpeggia intorno a pochi punti, che però appassionano e dividono l'opinione pubblica.
La gente percepisce il bando ai vecchi sacchetti per la frutta e la verdura di spessore inferiore ai 15 micron ed il pagamento obbligatorio, senza la possibilità di riuso di quelli biocompostabili, come la "nuova tassa sul macinato", che colpisce nei bisogni primari: la spesa della frutta e verdura.
La popolazione non capisce il meccanismo di storno dei vecchi sacchetti, che prima pagavamo ma non lo sapevamo, e non si sente tutelata dai controlli sulle bilance della grande distribuzione, già tarate sul peso dei vecchi sacchetti.
La "gente" avverte un puzzolente sospetto di conflitto di interessi, "l'insopportabile collegamento tra il costo dell'operazione scaricato sui consumatori ed il favore fatto ad un'azienda o una lobby amica" per dirla come Il Fatto Quotidiano.
La faccenda ci viene presentata come un dovuto adeguamento alla normativa europea, ma poi se la si confronta è tutt'altra cosa, con l'aggravante dell'assoluta mancanza di una campagna mediatica di accompagnamento (come raccomandava la direttiva europea) che ne rendesse chiara la motivazione ambientale.

Intorno a questi temi si gioca la credibilità di questa legge.
Come se non bastasse, Matteo Renzi ha attaccato sui social i detrattori, accomunandoli ai bufalatori che vogliono affossare una legge che ci mette in pace con le normative europee, e gli accordi sul clima di Parigi.

“Mica Trump che se ne frega.”

Peccato che la storia sia un po' diversa.
Per quanto riguarda l'esborso in questione, il presidente dell'associazione "Assobioplastiche" Marco Versari (ex portavoce di Novamont, maggiore azienda produttrice di materia prima compostabile in Italia con l'80% del mercato) stima la produzione italiana in circa 10 miliardi di pezzi, che per un costo medio all'utente tra i 2 ed i 4 centesimi di euro si traduce in una previsione fra i 200 ed i 400 milioni di euro annui. Ma sono conti ancora ipotetici, che però danno l'ordine di grandezza.

Per quanto riguarda il conflitto di interessi, diciamo che la già citata Novamont è stata fondata e diretta da Catia Bastioli, già speaker alla Leopolda 2011, nominata nel 2014 presidente di Terna, agenzia energetica partecipata dal governo, presidente del Kyoto Club dal 2009, si definisce chimica, scienzata, ed imprenditrice.

Sicuramente un'eccellenza italiana, lei e le sue invenzioni, tra tutte il "MaterBi", ma che se non le fai conoscere adeguatamente, rischi di ridurre le buone operazioni a marchette per le lobby amiche.

Allora vediamo come è stata organizzata questa operazione.

Abbiamo già detto che è uscita la legge ad agosto 2017, per adeguarci ad una direttiva europea del 2015: la U.E. 2015/720 del 29-04-2015, con obbligo degli stati a recepirla entro il 27-11-2016.
Ha modificato la precedente direttiva 94/62 C.E. che si occupava di imballaggi ma non di borse di plastica ed introduce la norma europea EN.13432 che definisce le caratteristiche che deve possedere un materiale per essere considerato compostabile.

Ad una attenta comparazione delle 2 normative, notiamo come vi siano pochi punti in comune.

In pratica la normativa europea del 2015, recepisce le norme italiane che negli anni precedenti hanno bandito i sacchetti della spesa totalmente in polietilene (quelle che ci danno alla cassa), ed introdotto i biocompostabili, inferiori a 50 micron di spessore.

Quelli inferiori a 15 micron non li bandisce affatto.

L'Europa si raccomanda di diminuire in numero di sacchetti pro-capite annui, da 90 pezzi a 40 tra il 2019 ed il 2025. (ma sempre borse di materiale leggero, sotto i 50 micron, quindi quelle che ci danno alla cassa).

In alternativa "Adozione di strumenti atti ad assicurare che, entro il 31/12/2018, le borse di plastica in materiale leggero non siano fornite gratuitamente..." Le borse di plastica in materiale ultraleggero possono essere escluse da tali misure (sotto i 15 micron quindi quelle per frutta e verdura).

Poi la norma europea si raccomanda di fare advertising sulla pericolosità delle buste di plastica e quindi campagne di educazione sul riuso e la necessità di diminuire il numero delle shoppers.

La legge italiana, invece, bandisce i sacchetti sotto i 15 micron in polietilene, obbliga ad usare fino al 1/1/2020 sacchetti per frutta e verdura sotto i 15 micron con contenuto minimo di materia rinnovabile non inferiore al 40%, dal 1/1/2020 in poi non inferiore al 50% e dal 1/1/2021 non inferiore al 60%.

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È vietato il riuso per motivi igienici (comma 3), il costo del sacchetto a carico del consumatore evidenziato in scontrino.

Quindi non solo si aumentano il numero di sacchetti circolanti contrariamente a quanto dice la direttiva europea, con la scusa che si aumenta anche la percentuale teorica di materia rinnovabile; di riuso o contenitori alternativi (retine) neanche a parlarne.

Si evince che chi produce materia prima rinnovabile ne avrà un sensibile guadagno.

Ma l'ambiente?

Predetto che sembra più corretto diminuire il numero di sacchetti circolanti che aumentare le quantità teoriche di materia riciclabile, c'è il problema dello scontrino appiccicato su cui è indicato peso e prezzo, con il contenuto di colla e inchiostro che rendono il nostro sacchetto di nuovo "sporco", dovrebbe intervenire il cliente a casa a ritagliarlo, vanificando il concetto di riduzione alla fonte della percentuale inquinante.

Senza contare che alcuni consorzi di compostaggio, (tipo comune di Bolzano) hanno vietato agli utenti di usare i sacchetti bio per l'umido, perché ci mette troppo a decomporsi ed intasa le pulegge delle macchine.

Quindi, alla resa dei conti, il decreto governativo ci sembra un effettivo favore alla chimica verde nostrana, nel momento in cui le aziende europee stavano colmando il gap nei confronti delle nostre, avvantaggiate dalle leggi si avanzate, ma anche protezionistiche italiane.

In Italia ci sono 150 aziende produttrici di sacchetti, 3 di materia prima, l'unica italiana, Novamont, detiene l'80% del mercato.

La narrazione governativa, alla luce di questi dati, ci sembra una fake news.

Non avevamo bisogno dell'art.9 bis del d.l.91/2017.
Non come consumatori, almeno.

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